Una calsse vuota, di circa 50 anni fa, in bianco e nero

Foto di Mwesigwa Joel su Unspalsh

Considerazioni rivolte a insegnanti, studenti, genitori, figli, persone, ministri… a tutti.

Appena ho iniziato a scorrere questo articolo, ho cominciato a percepire una certa meraviglia che, proseguendo nella lettura, è diventata entusiasmo: non sono una mosca bianca, non sono un elemento disturbatore, altri la pensano come me! La forza della comunità, anche virtuale.

Certo, non ho mai cambiato idea in questi ultimi vent’anni solo perché non trovavo pensieri affini ai miei, ma a volte, quando costava tanto portarli avanti, avevo l’impressione di combattere contro i mulini a vento, e mi veniva voglia di dire: “ma sì, si arrangino!”. Anche voi vi siate sentiti così? Allora sapete di cosa parlo.

Un mulino a vento d'altri tempi

Photo by n Nikola Johnny Mirkovic

L’argomento è la scuola, meglio l’istituzione scolastica, il sistema scolastico italiano dalle elementari all’università. Un sistema che è stato corrotto progressivamente ma con sistematicità, tanto che ormai è solo uno scheletro, privo di contenuti seri, idee, innovazioni, entusiasmo.

Da alcuni colloqui con i genitori mi è giunta la consolante notizia che i loro figli, però, si interessavano alla cultura: seguivano “l’Eredità”! No comment.

Eppure, è così, la scuola è diventata un quizzificio, uno scatolone dove si deve far stare tutti, anche chi non ha i mezzi economici o intellettuali per proseguire su quella strada. Come? Abbassando le richieste educative e gli obiettivi didattici (non immaginate quanto!), penalizzando gli studenti brillanti (oggi si parla di eccellenze), sostenendo la politica dell’“inclusione” su cui si fanno webinar, riunioni, corsi, libri di testo e chi più ne ha più ne metta. Cioè l’atteggiamento di permettere a tutti di essere inclusi nel processo di apprendimento di una certa classe in un certo istituto. Detto così, mi potreste accusare di egoismo, settarismo, snobismo, o quello che volete voi. Il fatto è che quelle belle parole significano che un’intera classe di circa 24 persone deve rallentare, se non fermare, il programmo per permettere a chi non possiede gli strumenti adatti di seguire le lezioni, e questi studenti che giustamente hanno bisogno di misure compensative e dispensative (parlo come Loro) devono essere gestiti dall’insegnante di cattedra, raramente vi è l’insegnante di sostegno. La situazione è impraticabile, e, per cause naturali, si è ridotta al mero confezionare verifiche ultra-semplificate. Chiediamoci: quale preparazione avranno questi studenti all’uscita di cinque anni di superiori? E i loro compagni capiscono, oppure magari pensano che sia meglio la strada più facile di quella difficile?

Un incrocio, due scelte

Photo by Brendan Church on Unsplash

Poi chiudo questa parentesi, ma gli educatori e i pedagoghi saranno d’accordo nel sostenere che più proteggo e facilito la strada a un adolescente, meno lo preparo per la vita. Non sto riferendomi agli Spartani, ma semplicemente a una comune pratica educativa del buon senso e della responsabilizzazione. Direte voi: ma lei deve insegnare storia, inglese, latino… Anche, ma attraverso le discipline educo alla vita, è un assioma.

Riprendendo il discorso, la tesi dell’autore dell’articolo è che la “scuola” non è più in grado di preparare gli studenti tout court. In nessun campo, e tra questi quello messo peggio è quello delle lingue straniere. Tutti ricordiamo il “becose the vind” di Alfano o la pronuncia anglo-brianzola di Renzi, ebbene non sono altro che la conferma paradossale di un dato di fatto. In questi ultimi anni l’unica eccezione che ho visto (in politica) è stata Giuseppe Conte.

Un puzzle con parole errate

Photo by Brett Jordan on Unsplash

Quindi? L’autore dell’articolo dà qualche suggerimento: più investimenti per corsi di aggiornamenti seri sulle conoscenze e competenze linguistiche degli insegnanti (non sull’inclusione, o sull’uso della vessata Didattica A Distanza) A proposito, ce ne potrebbe essere uno sull’interpretazione degli acronimi di cui è ormai farcito il linguaggio del didattichese: PAOF, POF, PAI, PIA, PTOC, DAD, e altri non so quanti, per cui un discorso in collegio docenti diventa: “Poiché la DAD non ha corrisposto a quanto nel POF, i PAOF devono essere rivisti e anche i PdL. L’organizzazione del PTOC ha a che fare con il monte ore e l’organico di diritto…”. Personalmente ho già messo di ascoltare a PIA.

Altro accorgimento: la facilità di accedere alla lingua parlata attraverso trasmissioni televisive, streaming, lettori madrelingua (preparati, aggiungo). Se non l’obbligo, la consapevolezza da parte degli insegnanti che la lingua si insegna attraverso la lingua, non servendosi di una lingua di appoggio!

Vi lascio quindi all’articolo, e mi aspetto applausi e sostenitori del nostro coraggioso professore: per i figli, se li avete, per i giovani che dovranno curarci, difenderci, insegnare, governare, perché ritorniamo a essere il paese culla di santi, poeti e navigatori, patria di Dante, erede delle civiltà greca e romana.

Statua di Dante Alighieri

Foto di DANIELA RAMIREZ MANOSALVA

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