Marina Alexandrovna Cvetaeva

La poetessa dell’amore assoluto

L’amor che move il Sole e l’altre stelle

Mi è venuto in mente Dante mentre mi accingevo a raccontare Marina Cvetaeva, donna -poeta eccezionale, potessa dell’amore assoluto. Il fiorentino mi aiuta ad avvicinarmi il più possibile a una definizione di “amore”: il calore, la luce, l’energia e il movimento sono gli elementi che caratterizzano il sentimento che tiene in vita l’Universo e noi esseri umani. D’altra parte, in nomen omen: il nome Cvetaeva contiene la radice cvet, che significa luce, calore, fiore. Capita che se si fa esperienza di amore profondo si veda al di là del visibile, si comprenda la verità. Lo dice anche John Keats, poeta romantico: per vedere la bellezza, dobbiamo annullare il nostro io e diventare tutt’uno con ciò che osserviamo (questa sua filosofia si chiama negative capability).

Per alcune persone, i poeti, gli artisti, è condizione normale saper vedere l’essenza dentro la forma Essi si fanno incorporei nella creazione, per togliere ogni barriera tra se e lo spirito creativo, e così s’infiltrano negli interstizi fra i diversi mondi della percezione.

Marina Cvetaeva afferma che i poeti sono incorporei, si confondono con l’universo, sono duttili, sono niente, sono tutto:

“Io sono io e la mia mano maschile con le dita squadrate e il mio naso con la gobba. E più esattamente io non sono né i capelli né la mano né il naso. Io sono ciò che è invisibile.”[1]

Il tempo umano concesso a Marina Ivanovna Cvetaeva scorre dal 26 settembre 1892, giorno della sua nascita a Mosca, al 31 agosto 1941, quando morì, nella sconosciuta cittadina tartara di Elabuga, in tutto una vita di 49 anni. Anni vissuti intensamente, amando senza risparmio, dando tutta sé stessa alla poesia, all’amore, alla vita stessa. Non faceva sconti a se stessa Marina, quando amava. O l’assoluto, o non è amore.

Io sono ciò che è invisibile

Marina Cvetaeva seduta su un divano

Marina Cvetaeva[/caption]

Fotografia di Marina Cvetaeva, la poetessa dell'amore assoluto

La poetessa dell’amore assoluto

tri, dove, al posto dei muri, ci sono tende, il legno della costruzione usato come riscaldamento. Non c’è cibo, la Rivoluzione ha interrotto le vie di comunicazione e a Mosca non arrivano viveri; ha due figlie, Alja (Arianna) e Irina da nutrire, oltre a sé stessa. Eppure, non passa giorno che non si sieda al tavolo per scrivere con materiali di scarto, non certo per ambizione, bensì per mantenere viva la vera sé stessa. Se si fosse arresa al quotidiano non sarebbe sopravvissuta, eppure si scorticava le mani perché il quotidiano, il byt cioè la vita, potesse andare avanti, Quel mondo le stava stretto, come le stava stretto il corpo. Sentiva che lei strabordava da quella assenza di senso, di brutalità e violenza. Sentiva di far parte dell’abbondanza universale.

A certi, ai poeti,

il corpo va stretto.

La “Storia” la lascia al gelo, in strada, senza un posto in cui vivere, senza “preavviso”, se si può dire; la costringe a vivere nel rumore assordante della coabitazione che le impedisce di scrivere; la lascia senza legna per scaldarsi, così che rompe sedie e quello che trova per un po’ di caldo; per pranzo e cena lascia a lei e alle figlie qualche cipolla, e poco altro, neanche in quelle condizioni le viene meno la sete d’amore che esprimeva con e nella poesia. Neppure quando la sua seconda figlia Irina a otto anni morì di fame in un orfanatrofio.

Il destino di un poeta

Marina fin da bambina sapeva chiaramente quale destino l’attendesse, essere poeta; suoi versi svelano a lei, come un oracolo, il suo futuro, e lei li accolse dentro di sé senza neppure sapere da dove arrivasse:

“I versi crescono come le stelle e come le rose,

come la bellezza – inutile in famiglia.

E, alle corone e alle apoteosi –

solo una risposta: “Di dove questo mi viene?”[7]

Questi versi sono tra quelli più famosi e citati, da quando anche Marina Cvetaeva fa parte del Pantheon dei grandi. In questi versi c’è l’affermazione, seppure ancora non del tutto cosciente, opaca, incerta, da parte di una bambina, del suo destino e la prima, tremolante consapevolezza di ciò che questo destino significava. Un destino che l’avrebbe portata a vibrare nelle altezze della musica, degli accordi estatici ai quali la madre l’aveva educata. Queste armonie governavano la sua anima, le ha sempre ricercate con il desiderio di ricrearli. Quando tuttavia si scontrò con la realtà, da tali altezze non poteva che precipitare, rimando struggente di desiderio per ciò che era stato perso. Per tutta la vita cercò di ricreare quell’armonia assoluta, imprescindibile dalla sua creatrice.

Per questo quando Marina parla d’amore, lo fa in un modo unico e irripetibile. La comprensione del sentimento è così profonda, che l’espressione si espande tanto che non resta che il trattino per esprimersi, trattino colmo di significato, distintivo del suo stile.

Questi sono dunque i suoi primi, profetici versi:

Ai miei versi scritti così presto

che nemmeno sapevo d’esser poeta,

scaturiti come zampilli di fontana,

come scintille dai razzi.

Irrompenti come piccoli démoni

in un sacrario di sogno e d’incenso,

ai miei versi di giovinezza e di morte,

versi che nessuno ha mai letto!

Sparsi fra la polvere dei magazzini,

dove nessuno li prese o li prenderà,

i miei versi, come i vini pregiati,

avranno la loro ora.[8]

Esistono certe connessioni “poetiche” che attarversano l’immaginario umano. Alcune persone, dotate di grande sensibilità, le colgono e le esprimono. A un crocevia di questi percorsi celesti si trovano Marina ed Emily Dickinson (Emily Dickinson: the rebellious poetess “An outsider, unforbearing rules”. (anna-ferrari.com)). Anche Marina parla della morte, la intende come ritorno, quieto, per esempio in “Sibilla”.

Chissà se per questo s’impiccò, nel 1941, per ritrovare un po’ di pace. Di Marina Cvetaeva non si è mai trovata tomba, vi è solo una targa, nella lontana Elabuga, posta dalla sorella Anastasja, Asja. La Schweizer afferma che Marina stessa aveva pensato alla propria epigrafe; molti anni prima, come un presagio scrisse:

qui vorrebbe giacere MARINA CVETAEVA.

Come Marina, anche Emily visse isolata. Furono scelte? Percorsi obbligati?  Fu comunque anche lei un’estranea: le due poetesse, seguendo di propria volontà la loro vocazione, furono estranee al mondo.

Capitano nei loro versi concetti simili, come il valore effimero del successo.

Success is counted sweetest

By those who ne’er succeed.

To comprehend a nectar

Requires sorest need.

Not one of all the purple Host

Who took the Flag today

Can tell the definition

So clear of Victory

As he defeated – dying –

On whose forbidden ear

The distant strains of triumph

Burst agonized and clear!

(Emily Dickinson)[9]

 

La gloria cade come una prugna

In testa o sull’orlo della gonna

Sii bella! Sii felice!

(Essere – non è un brutto verbo

Senza alcun predicato. Essere e basta.

[…]

Gloria! – Io non ti ho voluta

Non ti ho ma saputo sopportare.

(Marina Cvetaeva)[10]

Ci sono poi strane concordanze, come dicevano i simbolisti: Viktoria Schweitzer, insegna letteratura russa all’Università di Amherst, dove Emily nacque e morì. Coincidenze? Vibrazioni silenziose dell’armonia universale? Dialogo tra anime di poeti?

L’unica risposta che mi do è che gi artisti vivono gran parte della loro esistenza in un mondo altro, dove le leggi umane perdono senso.

Mi auguro che Marina abbia conquisti anche voi, per questo, nel prossimo articolo  racconterò qualcosa in più, sicuramente di diverso della vita (byt) e dell’esistenza (bytie) di questo genio universale. Oltre a consigliarvi qualche lettura.

N.B.: tutte le foto sono di proprietà del libro Viktoria Schweizer, Marina Cvetaeva. Le opere e i giorni, Mondadori.

NOTE

[1] Da Il Paese dell’anima. Lettere 1905-1925, a cura di Serena Vitale, Adelphi. Loriginale russo: Моя душа чудовищно-ревнива: она бы не вынесла меня красавицей. Говорить о внешности в моих случаях – неразумно: дело так явно, и настолько – не в ней! – «Как она Вам нравится внешне?» – А хочет ли она внешне нравиться? Да я просто права на это не даю, – на такую оценку! Я – я: и волосы – я, и мужская рука моя с квадратными пальцами – я, и горбатый нос мой – я. И, точнее: ни волосы не я, ни рука, ни нос: я – я: незримое. Чтите оболочку, осчастливленную дыханием Бога. И идите: любить – другие тела! (da https://www.livelib.ru/quote/97654-marina-tsvetaeva-avtobiograficheskaya-proza-dnevnikovye-zapisi-vospominaniya-o-sovremennikah-esse-pisma-marina-tsvetaeva)

[2] Dal poema Поэт и время (“Il poeta e tempo”) e si trova nella raccolta di poesie “Versi sulla patria”, 1918. Ecco la citazione originale in russo: “Поэт и время. Вот почему для меня нет искупления. Только такие, как я, должны будут дать отчет на Страшном Суде совести. Но если есть Страшный Суд слова — перед ним я чиста.

[3] La citazione originale in russo è “Слишком высоко тебя любила я: / Зарыта в небо я!”, dalla poesia “Слишком высоко тебя любила я”. La seconda citazione è “Я соблазнена сущностью, / Форма придет сама.” dalla poesia **“Я соблазнена сущностью”. **

[4] La citazione originale in russo è: “Учили меня жить огнем, / А ты бросил в степь замерзшую! / Вот что ты со мной сделал!” .

[5] La citazione originale in russo è *“У меня пустое сердце. Когда не люблю – не умею писать: пишу только о прошлом… Хотела бы встретить кого-то, кому я была бы нужнее воздуха или воды. Я всегда предпочитала усыплять, а не лишать сна, кормить, а не отнимать аппетит, заставлять думать, а не терять голову. Я всегда предпочитала давать – отнимать, давать – получать, давать – иметь.” da ***http://tsvetaeva.lit-info.ru/tsvetaeva/zapisnye-knizhki/zapisnaya-knizhka-6.htm**

[6] “Я – обнаженная рана, а вы все в броне. У вас есть: искусство, общественная жизнь, семья, долг, у меня в глубине нет ничего. Все сбрасывается как кожа, а под кожей – живая плоть или огонь.*”*

[7] “К некоторым, к поэтам, тело тесно. Стихи растут как звезды и как розы, как красота – бесполезны в семье. И на венцах и на апофеозах – только один ответ: «Откуда это у меня?»”.

[8] К моим стихам, образовавшимся так рано, Что я их не знала, Выплеснувшимся, как источники в пустыне, Как искры из ракет,

Врывавшимся, как маленькие черти, В святилище, где сон и благовонье, К моим стихам о юности и смерти, — Нечитанным стихам!

Разбросанным в пыли хранилищ, Где их никто не брал, не берет, Моим стихам, как драгоценным винам, Настанет свой черед.

[9] Il successo è considerato più dolce

Da coloro a cui mai arrise.

Comprendere un nettare

Richiede estremo bisogno.

Non uno di tutta la purpurea Schiera

Che conquistò la Bandiera oggi

Può dare una definizione

Così chiara della Vittoria

Come lo sconfitto – morente –

Sul cui orecchio interdetto

I lontani inni di trionfo

Irrompono tormentosi e chiari!

[10] Быть красивой и быть счастливой!

(А не плохой глагол —

Быть? Без всякого приставного —

Быть и точка. […]

— Слава! — Я тебя не хотела:

Я б тебя не сумела нести.

Fonti

La maggior parte delle fonti sono in russo, molti siti web. Ho trovato questo eccezionale volume:

Sibelan Forretser, A Companion to Marina Cvetaeva.Approaches to a Major Russian Poet, series Brill’s Companion to Slavic World, vol. 1.

Viktoria Schweizer, Marina Cvetaeva. I giorni e le opere, Mondadori

Letture

Non posso lasciare che ve ne andiate senza avervi prima consigliato qualche lettura. I libri da cui partirei io.

Su Marina Cvetaeva:

Serena Vitale, Il paese dell’anima, Adelphi

Di Marina Cvetaeva:

 Poesie, a cura di Pietro Zveteremich, Rizzoli 1967, Feltrinelli 1979, 1992 – Poesie scelte

 

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