John Donne. Il poeta dell’Amore Sublunare

John Donne. Amore e poesia

Il parlar d’amore è da sempre l’argomento poetico e letterario di cui più si scrive e si parla, fin da Saffo (V secolo a. C.), che nel vedere il suo amore vicino ad altri, si sente morire, o che a tutte le ricchezze antepone “ciò che ama”:

Ode della gelosia

A me pare uguale agli dèi
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde nella lingua inerte.

Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue nelle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.

(Saffo, traduzione di Salvatore Quasimodo)

La cosa più bella

Dicono alcuni sulla nera terra
esser la cosa più bella uno stuolo
di navi, altri di fanti o cavalieri.
Io, ciò che ami.

È nota a tutti questa verità:
Elena, la più splendida creatura,
lasciò il marito, ottimo fra gli uomini,
senza pensiero

per la figlia né per i genitori
e alla città di Troia andò per mare
tanto l’aveva Cipride sconvolta
di folle amore.

 (Traduzione di Silvio Raffo)

Fonte: Le più belle poesie di Saffo – Aforisticamente

Saffo

Anche Catullo (I secolo a. C.) che con il suo Odi et amo (si legge secondo la metrica: Odi et-amò) ha descritto in modo indimenticabile il più conosciuto tormento d’amore:

Catullo, carme LXXXV

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.

Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Molti poeti si sono cimentati nella traduzione. Giovanni Pascoli, più rispettoso Traduzione invece rispettosa della metrica catulliana:

“L’odio e l’adoro. Perché ciò faccia, se forse mi chiedi,/ io, nol so: ben so tutta pena che n’ho”

Salvatore Quasimodo tenta invece di dare una traduzione più letterale e moderna rispetto al Pascoli:

“Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile; / non so, ma è proprio così e mi tormento”

Fonti: Carme LXXXV – Wikipedia

Catullo

Catullo

L’amore, questo sentimento così complesso, simile alla pazzia, che governa il mondo e lo rigenera è difficile da capire in tutta la sua grazia. L’amore dalle molte sfaccettature, ben definite: filiale, materno, religioso, mistico, caritatevole, tra coniugi, tra amanti e via di seguito.

Sembra che l’estensione dell’amore sia così profonda che per calmare la mente e carcare di afferrarne il senso l’uomo abbia bisogno di dividere il sentimento in categorie.

Ma a ben vedere si tratta sempre dello stesso miracoloso slancio.

Amor che move il sole e l’altre stelle; le stelle governano la vita degli uomini, e gli uomini governano la natura, e la natura…, Dante ha racchiuso tutto quello che potremmo dire in un endecasillabo. Per me l’opera che ha messo un punto fermo alla definizione dell’amore è Anna Karenina, più dell’opera, lei stessa, Anna, donna dell’Ottocento, nata dall’immaginazione di Lev Tolstoj, uomo ottocentesco dalla morale piuttosto rigida, che per amore dona tutta sé stessa, non come un cliché, ma con la carne e il sangue.

John Donne è riuscito ad assottigliare ed espandere la sua comprensione dell’amore ancora di più, come l’orefice lavora il metallo per ottenere un foglio d’oro.

 

John Donne, poeta metafisico

John Donne

John Donne

John Donne (1572-1731) ha scritto le più ardite e originali frasi d’amore, ha avuto l’audacia di analizzare questo moto del cuore così in profondità, che per esprimerne tutta la magnificenza ha dovuto ricorrere all’arte, nel suo caso la poesia, unico mezzo di espressione in grado di superare il limite dell’umano intelletto. Per comprendere Donne bisogna farsi umili, trovare il fegato di interrogarsi, spingersi con il pensiero fino al limite delle proprie possibilità.

Donne ha avuto un destino sbagliato che è durato fino al 1900. Il famoso critico inglese Samuel Johnson suo contemporaneo lo definì “metafisico”, non pensando affatto di fargli un complimento. L’aggettivo voleva dire “astruso”, “incomprensibile”, “difficile”. Si dovette aspettare un altro poeta inglese, di inizio 1900, T. S. Eliot, per restituire a John Donne la sua statura geniale.

Eliot lo studiò e rimase incantato dalla sua poetica, dal suo stile, dalla sua cultura, e ne fece un suo modello, assieme alla Divina Commedia.

Il dottor Johnson, però, è stato preso in contropiede dal suo subconscio: non ha sbagliato termine, e non lo ha denigrato, benché credesse il contrario, perché dentro di lui (che di letteratura era un affidabile esperto) capiva la grandezza di quell’artista. Donne è metafisico, nel senso che con parole terrene (o con le sue parole sublunari) parla della natura dell’amore, e quindi della natura dell’uomo e dell’universo, e come i comportamenti dell’uno e dell’altro essere modifichino, diano forma all’esistenza del singolo e dei molti.

Metafisico dunque, affermiamolo.

 

Difficile uguale da scartare?

Difficile, non possiamo negarlo. Per questo a scuola, nelle riviste letterarie, se ne parla poco, ci vuole impegno per capirlo. Insomma, bisogna averne voglia, di fare fatica.

Io non vedo il problema, ogni cosa nella vita è difficile, tanto per dire un’ovvietà vera. Quindi perché desideriamo letture facili, argomenti facili, compiti facili? Proprio perché la vita è difficile… vogliamo rilassarci. Può darsi, eppure se non impariamo a fronteggiare le difficoltà, non saremo in grado neppure di fronteggiare la vita.

Come dicevano gli anziani un po’ di fatica non ammazza nessuno.

 

John Donne. Amor terreno e amor divino

Parla d’amore, John, sì, in modo straordinario, da conquistare il cuore di chiunque, ma anche la sua mente, e tutto il suo essere. L’amore per le cose belle del mondo, le donne e anche Dio. I suoi versi si contraddistinguono per una passione travolgente, sia mentre si rivolge al suo amore, sia quando parla con Dio. Non c’è differenza nella sua anima, nelle sue parole tra i “due” amori, entrambi richiedono forza, passione, fede.

Dunque, vi presento il poeta dell’amore sub-lunare: John Donne, poeta inglese del 1700, metafisico, difficile e passionatamente innamorato.

Prima di leggere due sue poesie, tra le più antologizzate e note, così che sia più agevole per tutti iniziare la sua conoscenza, vorrei brevemente raccontare della sua vita.

La vita di John Donne

John Donne nasce a Londra da una famiglia benestante, suo padre era un commerciante. John intraprende la facoltà di Legge, ma ha ben poche prospettive di carriera. L’Inghilterra era il Paese del divorzio di Enrico VIII, del Book of Common Prayer, dello scisma anglicano, della non libertà religiosa, e la famiglia Donne era cattolica. Si può dire apertamente che John Donne facesse parte di una minoranza discriminata.

John cominciò giovane a comporre versi che erano assai apprezzati da amici e conoscenti. Il passaparola aveva uno sperimentato potere di creare appassionati sostenitori (più di FB) e così Donne acquisì una fama “segreta” con i suoi manoscritti. Nel frattempo, studiò legge e divenne segretario dell’influente Thomas Lord Everton. Come si dice, però, il diavolo fa le pentole, ma non i coperti. Un evento tragicamente straordinario cambiò la vita del poeta: incontrò la nipote del suo datore di lavoro, Anna More, lui ventinovenne, lei diciassette anni e se ne innamorò pazzamente. I due si sposarono in segreto, in quanto tutti erano contrari alla loro unione. Quando vennero scoperti, Donne fu messo in prigione, la sua carriera rovinata. Lord Egerton ripudiò entrambi.

Seguirono 16 anni di strazi, solo l’amore che li legava riusciva a mitigarli.

Ebbero dodici figli, due dei quali nati morti e degli altri dieci, sette non raggiunsero i 10 anni. Nel 1617 Anne morì cinque giorni dopo aver partorito il suo dodicesimo figlio. Donne ne fu così addolorato che pensò al suicidio; ne scrisse senza pubblicarla addirittura un’apologia in Biathanatos. Ricorderà poi il suo amore e la sua perdita nel “17° Sonetto Sacro” (17th Holy Sonnet).

Intanto, la salita al trono di James I aprì a John Donne la possibilità di chiedere di entrare nella protezione di un mecenate, seguendo la moda di allora dei poeti di corte. I suoi sonetti erano scritti per persone influenti, quale Sir Robert Drury of Hawsted che gli diede una grande casa dove poter vivere con la sua numerosa famiglia. Il re apprezzava Donne, ma non voleva che lavorasse per lui, piuttosto gli ordinò di prendere i sacri voti. Accadde nel 1615, da lì in poi la sua carriera ecclesiastica decollò e nel fu nominato Decano di Saint Paul Cathedral, una delle cariche più importanti nella chiesa Anglicana.

Nella nuova carica divenne il predicatore più celebre del suo tempo. Alla sua messa accorrevano migliaia di persone, in confronto, più di quelli che vanno oggi ai concerti rock. Era la sua postura, la sua voce, la sua passionalità che ammaliavano gli spettatori. Poi c’erano i contenuti: forti, che coglievano e sembravano risolvere le domande più scomode e universali dell’essere umano.

Molte frasi dai suoi sermoni sono diventate leggendarie, per esempio “For Whom The Bell Tolls”, sull’interconnessione dell’umanità, contenuta in “Devotions Upon Emergent Occasions, Meditation XVII”. La frase è vissuta per conto suo: Hemingway nel 1940 la scelse per intitolare un suo romanzo, For Whom the Bell Tolls (Per chi suona la campana), il complesso hard rock dei Metallica per una loro canzone di successo.

No Man Is an Island, tratta dalla poesia con lo stesso titolo, ha vissuto di vita propria anch’essa, è spesso citata per la sua profondità evocativa:

No man is an island,

Entire of itself;

Every man is a piece of the continent,

A part of the main.

(Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso; ognuno è parte del continente, una parte del tutto.)

E infine Be Thine Own Palace, or the World’s Thy Jail, dal sonetto To Sir Henry Wotton, ricorda l’importanza dell’autodeterminazione, la fiducia in sé stessi che conduce al successo e alla libertà.

 

John Donne. I sonetti e l’audacia del lessico di Donne

È tempo ora di occuparci della sua poesia. Il cuore della sua ispirazione è sempre l’amore, appassionato ed esclusivo. Nella prima parte della sua vita, prima di prendere i voti, era l’amore per le donne a dare forma alla sua immaginazione, in seguito il protagonista fu Dio.

Nella sua produzione ci sono i Love Sonnets e gli Holy Sonnets. Ciò che sbalordisce il lettore ogni volta che legge le poesie di John Donne o, meglio, quando le rilegge una seconda volta, è la straordinaria passione, la totale partecipazione dei suo essere nell’oggetto del canto poetico. Senza mai essere blasfemo, solo audace, indifferente alla parlata e al giudizio del volgo, solo per sottolineare che l’essenza dell’amore è uguale sia in terra sia in cielo, non ha quindi due glossari differenti diversi, uno terreno e l’altro religioso. Quando nasce la necessità poetica, li usa entrambi, rendendo così sacro l’amore umano e umanizzando l’amore divino.

Metafore, similitudini, comparazioni sono intessute tra loro a creare un effetto straordinario, unico, indicibile, a meno che non lo si legga. Dio diviene più simile alla nostra sensibilità sublunare, o almeno diventa più facile parlare di Dio o a Dio. L’amante, d’altro canto e l’amore per lei, acquisisce un’essenza sacra, una forza, un potere che appare inaccessibile, ma che si rivela essere la vera natura dell’amore.

 

John Donne. Il misterioso conceit

Una tecnica tipica e particolare di Donne è il conceit. Il dizionario lo traduce con “arroganza; concetto”. In Donne è tutt’altra cosa. Si può definire come un concetto complesso che il poeta esprime ricorrendo a metafore ardite e prese dai più disparati campi di conoscenza: astrologia, geografia, geometria, alchimia, biologia, letteratura, fisica, psicologia (se si può usare questo termine per il 1700). Leggere John Donne è come partire per un viaggio erudito nei sentimenti umani. La sterminata conoscenza di questo poeta costruisce metafore insolite, similitudini azzardate, compie scelte lessicali uniche, così che il linguaggio si asserva al potere della poesia e si forgia grazie a una volontà che si autodetermina.

Non c’è modo migliore di verificare tutte le parole finora che leggere i suoi versi.

Leggiamo la poesia

La poesia che prendiamo in considerazione è “Valediction. Forbidding Mourning”, dedicata alla moglie quando Donne dovette partire per una missione diplomatica. Le chiede di non piangere, e usa la poesia per spiegarle perché il loro amore non ammette né lontananza né sofferenza, e loro due saranno sempre e in qualsiasi circostanza una cosa sola.

Ascolta e leggi la poesia qui.

 

CITAZIONE (stile)

AS virtuous men pass mildly away,

And whisper to their souls to go,

Whilst some of their sad friends do say

The breath goes now, and some say, No.

5 So let us melt, and make no noise,

No tear-floods, nor sigh-tempests move;

‘Twere profanation of our joys

   To tell the laity our love.

Moving of th’ earth brings harms and fears,

10 Men reckon what it did, and meant;

But trepidation of the spheres,

Though greater far, is innocent.

Dull sublunary lovers’ love

   (Whose soul is sense) cannot admit

15 Absence, because it doth remove

   Those things which elemented it.

But we by a love so much refined,

That ourselves know not what it is,

Inter-assured of the mind,

20 Care less, eyes, lips, and hands to miss.

Our two souls therefore, which are one,

Though I must go, endure not yet

A breach, but an expansion,

Like gold to airy thinness beat.

25 If they be two, they are two so

As stiff twin compasses are two;

Thy soul, the fix’d foot, makes no show

   To move, but doth, if the other do.

And though it in the center sit,

   30 Yet when the other far doth roam,

It leans and hearkens after it,

   And grows erect, as that comes home.

Such wilt thou be to me, who must,

Like th’ other foot, obliquely run;

35 Thy firmness makes my circle just,

And makes me end where I begun.

Non ho resistito e l’ho riportata completa, perché è in questa forma che si può apprezzare la perfezione di questi versi.

 

Un riassunto, per guidare la lettura

John deve partire, ma dice alla moglie di non piangere, di non disperarsi, di non fare rumore: sarebbe profanare la sacralità del loro amore condividerlo con i laici, cioè con coloro con che non hanno fede (nell’amore).

I deboli, monotoni amori che avvengono sotto la luna (sublunar) non sono d grado di sopportare l’assenza, perché questi amori vengono privati degli elementi che li compongono: mani, viso, occhi. A proposito del participio elemented (v 16). A quei tempi si credeva alla teoria dei quattro elementi (aria, acqua, terra e fuoco) che costituivano tutte le cose viventi. Quindi elemented significa proprio “gli elementi che li formavano”.

John Donne, poetry

John Donne poetry

Quindi le spiega che il loro amore è come un foglio d’oro (v. 24): se lo batti non si strappa, ma si espande assottigliandosi. Noi (John e Anne) quindi non ci separeremo mai, e il nostro amore è prezioso come l’oro, fine ed elegante come un gioiello.

Le nostre anime sono due, certo, come sono due le gambe del compasso. L’anima, cioè il piede fisso, è immobile, ma si muove se l’altro piede lo fa. E sebbene non si muova dal centro, si inclina per seguire l’altro che si muove lontano (vv. 30-1).

John Donne

Allo stesso modo il tuo essere mi seguirà in modo obliquo, e la tua fermezza farà sì che il cerchio si compia e io ritorni dove sono partito (v. 36).

Non posso dilungarmi troppo sull’analisi puntuale dei versi, ho cercato di riassumere il messaggio e il significato, ma la poesia merita un approfondimento maggiore. Lo potrete trovare nella mia video-lit su YouTube, o sul podcast, su Spreaker.

Concludendo, tutte le volte che leggo questo poeta, le mie labbra si distendono in un sorriso di appagamento, e la pelle mi si accappona. Non c’è un millimetro del mio essere che non sia assorbito dalle parole, dalle assonanze, dai molteplici livelli di significato. Si accusa Donne di essere un poeta “di sola forma”. Come è sbagliato! Il suo genio sta nell’aver saputo rivestire un pensiero acuto con una forma perfettamente costruita e adatta a quello che egli voleva esprimere.

Leggere Donne è nutrire il cervello di bellezza, consentirgli di ragionare e di scoprire quanto di quello che legge è in lui o vorrebbe che ci fosse. Insegna ai ragazzi a fare un po’ di fatica per conquistare qualcosa di straordinariamente bello, che nell’amore non ci si tira indietro, nemmeno con le parole, e si cercano le più delicate, carezzevoli immagini per trasmettere la forza dei nostri sentimenti. Ci vuole impegno, certo, sta solo provarci per vedere se ne vale la pena.

Consiglio vivamente di leggere Donne in originale, di leggerlo più volte prima di passare alla traduzione, in modo da assorbire la musicalità e la voce del poeta. Poter godere delle stesure originali è fonte di esaltazione, come quando si ascoltano le canzoni in inglese e se comprende il senso, se provate a tradurle spesso il vero significato si perde, o almeno ha “un altro suono”.

 

Per approfondire potete leggere:

Poems and prose:

  • The Complete English Poems: John Donne, Penguin Classics
  • The Complete Poems and Selected Prose of John Donne, Modern Library
  • John Donne, Poesie, a cura di Patrizia Valduga, edizione bilingue, SE

Criticism

  • The Cambridge Companion to John Donne, Oxford University Press
  • La storia della poesia. Vol. 7: Il compasso di John Donne. Trovatori d’amore dal VI al XVI secolo, di Salvatore Lo Bue, Franco Angeli

 

 

 

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