La storia di Marina

Un non-poeta non può essere poeta; un poeta non può essere un non-poeta.

Marina Cvetaeva con un bel colbacco nero.

 Marina Cvetaeva

Il poeta non ancora nato

Ho incontrato Marina Ivanovna Cvetaeva durante gli anni di università, attratta dalla copertina e dal titolo di un Adelphi: Il paese dell’anima di Serena Vitale. Un grosso tomo che raccoglie la prima parte (dal 1909 al 1925) delle lettere che Marina scrisse a tutte le persone che in modo o nell’altro avevano accudito la sua anima: poeti, scrittori, intellettuali, amanti. Lessi anche il secondo volume Deserti luoghi, che raccoglie le lettere fino alla morte nel 1941. Durante quelle letture sono stata pervasa da un’anima immensa, ne sono stata affascinata e fagocitata, nelle sue parole trovavo me stessa e ho compreso, nel tempo, un poco questo genio poetico. Il compito della poesia è questo: accompagnarci nelle profondità di noi stessi, e farci vedere chi siamo.

Marina in Italia fu scoperta molto tardi, in URSS negli anni ’60 circa, era stata dimenticata, era una lettura proibita. Oggi si trovano articoli e portali dedicati a lei in rete, le sue opere sono statepubblicate e tradotte. Rimane tuttavia una conoscenza di pochi, la Cvetaeva.  Le sue poesie non sono facili e difficilissime da tradurre. Anche nelle versioni del migliore interprete si sente la fatica di restituire l’incanto, o la disperazione, dei suoi versi, gli echi delle parole, addirittura le profezie nascoste tra le rime. Proporne la lettura in originale può andare bene in luoghi istituzionali; perciò, la traduzione è uno di quei compromessi che spesso si devono accettare: leggendo con calma e concentrazione, ascoltando intensamente, la voce della Cvetaeva prima o poi ci raggiunge. Il poeta è al di fuori del tempo e dello spazio, non è legato alla materia:

A certi, ai poeti,
il corpo va stretto.

Io non sono né i capelli né la mano né il naso
Io sono io ciò che è invisibile.

( vedi il post Marina Ivanovna Cvetaeva)

La sua vita è un poema eroico, una sinfonia, il cui ritmo è dato dalla Storia e dall’amore. La sua forma è creata dalla poesia.

L’infanzia è l’Età dell’Oro per Marina:

Infanzia! Mestolo delle profondità dell’anima”.

Un periodo colmo di gioia, musica, amore, arte, sogni, i primi versi incerti, goffi, brutti. La bambina Marina vive in simbiosi con la madre, Marja Aleksandrovna Mejn, grande pianista, che sposa il vedovo Ivan Cvetaev in un trasporto romantico, convinta che quell’uomo così colto potrà riempire la sua immaginazione. Ivan Cvetaev è un moderno illuminista, concentrato sul suo lavoro di professore universitario, amante delle arti classiche e soggiogato dal sogno di realizzare un museo di arti classiche. Riuscirà a realizzarlo con una devozione sovrumana. Il museo Rumjancev. Anche Marina lo ricorda così, concentrato sui libri, distratto nella vita. Ma la figlia non vede la passione che Ivan Cvetaev ha dentro di sé, e che passerà nel suo sangue.

Marina nasce alla casa dei Tre Stagni (Трёхпрудный, /trjo’chprudnyj/), il più caro tra i suoi luoghi, insieme  a Tarusa,  la casa di campagna, e Koktebel’, in Crimea. Sono in tanti in famiglia: oltre a Marina, vi vive la sorella Anastasja, o Asja (i russi adorano i soprannomi, pegni di affetto), la madre, il padre, Andrej e Valerja, i figli di primo letto del padre. La prima moglie si chiamava Varvara Dimitrievna Ilovajskaja ed era stata sposata con Ivan Cvetaev per dieci anni. Lui l continuò ad amarla per tutta la vita, e soffrì molto aquando morì, forse non si riprese mai del tutto. Nella famiglia Ilovajskij Marina si lega a nonno Ilovajskij, il padre di Varvara, grande conoscitore di storie e leggende.

Altre storie e altre leggende Marina le ascolta da sua madre e le legge quando si trova in Germania, in collegio, per stare vicino alla madre ormai malata gravemente di tisi e ricoverata in sanatorio. Negli anni precedenti era stata a Nervi. Al mare! Il poema di Puškin l’aveva ossessionata. Nel poeta nazionale russo Marina, liberamente, senza preoccuparsi delle critiche ufficiali, coglie l’essenziale: il legame tra amore e nostalgia. Comprende che “il libero elemento” è la poesia. Seguendo la madre va poi in Svizzera e nella Foresta Nera. Per lei questa era “la patria d’origine” per cui la madre le aveva instillato un affetto entusiastico. Sarà un periodo pieno di gioia, tutta la famiglia riunita, Marja Aleksadrovna sembra migliorata. Purtroppo, è l’ultima estate che madre e figlia possono stare insieme. Finita l’estate, le bambine vanno a Friburgo, il padre a Mosca. La madre peggiora quindi è trasferita in sanatorio e non ci sono più viste.

Marina fin da piccola, a seguito di queste peregrinazioni con la madre, conosceva già il russo, il francese, il tedesco e l’italiano. La vita di collegio è dura, ma diventava sopportabile quando lei e Asja avevano il permesso di andare a trovare la mamma.

Nello stesso periodo del distacco dalla madre, a Mosca muoiono di tisi Sergej e Nadia Ilovajskij, figli di secondo letto di nonno Ilovajskij. Nadja e Marina erano diventate amiche e quella morte sconvolge la piccola poetessa. Marina aspetta che Nadja torni. È la prima volta che Marina si trova faccia a faccia con l’assenza senza ritorno, che non riesce a capire, tanto meno ad accettare. Accettare il non-essere è la prova più dura della vita di questa bambina. Ella attende di incontrarsi con Nadja, spasmodicamente, vive esperienze mistiche di incontri onirici con Nadja, la vede, e aspetta un incontro vero, che non arriverà mai. Questa disperazione, paura, angoscia in realtà “usano” Nadja per esorcizzare la paura maggiore di Marina: la morte della madre. Piange sua madre quando piange Nadja. Eppure, non parla della morte, in questo modo, crede, la morte non esiste. Farà lo stesso con la figlia minore. Dopo Nadja non esiste più un arcano della vita e della morte per Marina, ella coglie terreno e ultraterreno nella loro imprescindibile unità, e percepisce “l’altro mondo” più suo di quello reale. È da queste esperienze affettive che la Cvetaeva cristallizza il concetto di “separazione”, filo rosso della sua poetica. Un’idea che approfondisce e cresce fino al rifiuto della vita e che la costringe a sedersi alla scrivania per superare ogni scontro con la vita. Aleksandra Mejn muore nel 1906  e pochi mesi dopo Ivan Cvetaev ha un ictus che lo costringe in ospedale per molto tempo. Marina ha solo 14 anni. Chiunque sarebbe scosso, per Marina è un vero sconquasso esistenziale. La persona che più amava, quella sulla quale stava costruendo la sua identità, la fonte di tutta l’arte e la bellezza che conosceva non c’era più. L’anno prima, 1905, c’era stata la Rivoluzione, per la quale Marina prova rigetto. L’infanzia è definitivamente finita.

La “bambina costretta a diventare poeta”

L’esperienza dell’assenza senza ritorno segnò profondamente la bambina Marina. Si è scritto che Marina non era capita, non era amata sufficientemente. Non fu così. Se ne rende conto la sorella Asja: Marina semplicemente vedeva un mondo altro, rispetto a chi aveva vicino, si sentiva sola:

ostaggio dell’eterno

nel carcere del tempo.

Più tardi scriverà di se come “la bambina costretta a essere poeta”. Marina sente che per gli altri lei è “difficile”, il suo mondo interiore è già formato, e non ha con chi condividerlo. Ella sente che essere poeta è essere fuori dal mondo, isolati. Vorrebbe tanto conoscere davvero le persone, dal di dentro, ma c’è un muro, indistruttibile che lo impedisce. Dentro la sua angoscia nasce la sua poesia, dentro il suo essere poeta, capisce che non portà mai essere capita dai non poeti.

La dipartita della madre la porta a chiudersi ancora più in sé stessa, va male a scuola, non incontra più nessuno. Sono gli incontri con gli artisti che le donano di nuovo la gioia di vivere. Ellis, il poeta Lev  Kolybinskij, le fa conoscere i poeti francesi come Baudelaire, le avanguardie e la vita intellettuale e artistica di Mosca. Lei finalmente sente che le sue poesie interessano a qualcuno, lì tra quei personaggi bizzarri non si sente più così esclusa. Nel 1910 pubblica la sua prima raccolta Album serale (Вечерний альбом, /Vecernyj al’bom/), in realtà mediocre, ma quello che conta è che la poesia ormai è nata.

Dopo Ellis, conosce Vološin e sua madre, la prima artista che si trasferì a vivere a Koktebel’ in Crimea: Elena Ottobal’dovna. Un posto meraviglioso agli occhi dei poeti, Marina lo identifica, sotto l’influenza degli amati Greci, alla Cimmeria. In realtà è un posto deserto, disabitato. Eppure, lì, tra cielo e mare, ci si può dedicare solo all’arte e… all’amore. Un ciondolo di corniolo segna il patto eterno, mai spezzato dell’amore con Sergej Efron, incontrato proprio a Koktebel’. L’eterno bambino, bello, eroico, puro, e l’unico uomo della sua vita che avrà sempre bisogno di lei:

E finalmente ho trovato

Chi mi è necessario:

qualcuno ha bisogno di me

― Come dell’aria.

Sergej Efron, marito di Marina Cvetaeva

Sergej Efron a Koktebel’

Marina CVetaeva da giovane

Marina Cvetaeva ai tempi di Koktebel’

Marina lo ama senza remissione. Lo amerà sempre e comunque, anche quando rimarrà sola, o si innamorerà di Sofja Parnok, o sarà priva di qualsivoglia notizia su di lui. Il loro amore ha i tratti di una comunione spirituale, un amore platonico, e credo sia stato così, l’incontro della carne non era un elemento importante della loro unione, ma un accessorio. Marina cercava in lui la bella anima di sua madre, Efron vedeva in Marina la boa nei flutti della vita. Hanno tre figli: Arianna (Alja), Irina e Georgij detto Mur.

A Sergej lei rimarrà legata tutta la vita, anche quando ogni logica avrebbe dichiarato la fine. Marina sente profondamente due unici doveri: verso la famiglia, e verso la poesia. Efron non era alla sua altezza, fu più figlio che amante. Lei intende “plasmarlo”, e con nessuno fu più esigente che con lui, tranne con sé stessa.

Koktebel’ diventa la sua fortezza, che prende il posto o si confonde con l’amata scrivania.

Marina e Sergej si sposano e quindi lei lascia l’amata casa dei Tre Stagni. Per la prima volta dopo di essa è di nuovo felice, eppure sente un senso di urgenza, una voce le dice: “sbrigati, è un inizio, ma è anche una fine!”.

E scrive:

Con quante stelle e quanto sole

Iniziò il primo tomo della vita.

Ti scongiuro: prima che sia tardi

Vieni a vedere la nostra casa!

 

Presto verrà distrutto questo mondo ―

Vieni a dargli un’occhiata in segreto,

finché il pioppo è ancora in piedi

e non è stata venduta la casa.

Il 1912 è un anno cruciale: Marina e Sergej a gennaio si sposano, Ivan Cvetaev porta a termine il suo progetto e incontra la zar, Asja dà alla luce Andrej in agosto, e a settembre Marina partorisce Ariadna, detta Alja, la sua eroina greca.

Nessuno nel 1917 rimase indenne. Marina e Sergej sono travolti dalla rivoluzione come un’onda anomala che li coglie all’improvviso, li fa rotolare in aria e poi li sbatte a terra, riempiendoli di lividi e trascinando i loro averi, materiali e spirituali, in fondo al mare. Eppure, è proprio dai loro sentimenti nei confronti della Rivoluzione che si tratteggia la maggiore differenza tra i due: Marina in esilio ha Nostalgia della patria, ma allo stesso tempo prova rigetto per quello che vi accade. Efron ha nel sangue la vena rivoluzionaria della sua famiglia, inizia a collaborare con la polizia segreta, la Čeka, e fu sicuramente coinvolto in un omicidio politico. Tutto ciò avrà conseguenze tragiche su di lui e la sua famiglia. La casa non viene venduta, ma fatta a pezzi per recuperare legna da ardere, Marina non ha più un soldo.

Nella loro enorme diversità, Sergej e Marina hanno in comune il fatto di essere rimasti orfani in giovane età. Marina in questi anni fa una importante scoperta: si rende conto della figura eccezionale che era suo padre, e che da lui ha ereditato la pervicacia, la rettitudine, la dedizione al lavoro, così come da sua madre aveva ereditato l’inflessibilità verso se stessa, l’amore per i greci, la musica, il tedesco.

Efron si arruola nell’esercito, Marina resta sola a occuparsi delle due figlie. Irina nasce nel 1917. Vive in un appartamento chiassoso, condiviso insieme ad altre persone, senza un angolo di spazio per sé, occupata 24 ore al giorno ogni giorno a procurarsi da mangiare per se e le figlie. Due cipolle, quattro patate… E spazzare, e… scrivere. Qualsiasi cosa succeda, qualunque sia la loro condizione di vita, anche la più terribile, tutte le mattine Marina si siede al tavolo e scrive. In quel solo momento sa chi è, trova sé stessa, il senso della sua esistenza. Amici e colleghi artisti cercano di darle una mano, ma da una parte lei è orgogliosa, dall’altra nessuno ha molto in quel periodo, e poi aleggia sempre il “problema Efron”, visto come traditore. La convincono infine a ricoverare le figlie in un istituto dove possano prendersene cura, lei avrà così più tempo per se stessa e per cercare lavoro. Arja torna a casa, Irina non ce la fa, la fama e la mancanza di igiene hanno la meglio su quella fragie creatura.

Marina sembra assente, lontana, fredda quando parla della sua sfortunata figlia, come se non le importasse di lei né della sua morte. Le sue poesie ci dicono invece della sua anima straziata di madre che non può e non ha potuto fare niente per la sua creatura, e si ritiene colpevole. Come con Nadja, se non se ne parla, la morte non esiste.

I figli di marina Cvetaeva: da destra Georgyj (Mur), Irina, Ariadna (Alja)

 I figli di marina Cvetaeva: da destra Georgyj (Mur), Irina, Ariadna (Alja)

 

Il destino di Marina era stato segnato prima dall’incontro con la morte, poi dall’incontro con l’amore. È dunque solo un avanzare “sicura” sempre nella stessa direzione, quella della poesia, che si svolge la sua vita. Il grosso, come si dice, le fondamente erano state posate, quel che accade in seguito non è altro che la conseguenza.

Poesia, poesia, morte

Non è che non ci sia più niente da raccontare su Marina, tutt’altro.. Sento piuttosto che devo fermarmi qui, ho cercato di fissare questa specie di “ricordo” che abita nell’anima, che porta malinconia, ma anche aiuta nei momenti di sconforto a ricordarmi che la vita non è tutta qui, ma c’è di più molto di più. Spero che i suoi versi abbiano lo stesso potere balsamico anche per voi. In fondo all’articolo trovate un bibliografia minima. Non è detto che mi trattenga ancora con Marina in futuro.

Cone si dice, quel che avvenne dopo, è Storia. Marina è costretta a lasciare la Russia sovietica nel 1922 e ripara a Berlino, dove , dopo quattro anni di separazione si incontra con suo marito. Si sposta poi in Cecoslovacchia e a Parigi, 1925, anno in cui nasce il suo ultimo genito Georgij, detto Mur.

A Parigi finalmente ha una serata pubblica. Neppure tra gli emigré Marina è ben accetta, tanto meno compresa. A sostenerla sarà l’amicizia con Pasternak, di cui sono testimonianza le loro numerose lettere. Attorno a loro, intanto, i poeti sovietici muoiono: Maldel’štam, Gumiljev, Majakovskij…

La coppia Cvetaeva – Pasternak diventerà un trio quando vi si aggiunge il poeta austrico Rainer Maria Rilke, destinatario di un altro corposo epistolario. Rilke muore nel 1926 e Marina per lui scrive La tua morte, Il poema dell’aria, Per l’anno nuovo.

Nel 1927 incontra per l’ultima volta sua sorella. In quegli anni Marina aveva pubblicato poesia e prosa, saggi filosofico-letterari.

Nel 1932 Efron chiede i documenti sovietici e poi presta servizio nell’Unione per il Rimpatrio.

Marina scrive senza requie, traduce Puškin in francese. Nel 1935 al Congresso degli Scrittori per la Pace incontra Pasternak.

Intanto figlia e marito vogliono tornare a Mosca, lei no. Arjadna parte nel 1937.

Efron risulta implicato nell’uccisone di esule sovietico e ripara in URSS; Marina viene interrogata dalla polizia francese.

A quel punto, siamo nel 1938, Marina non può che decidere di tornare. Passa in rassegna il suo archivio, lo affida a M. N. Lebedeva. Purtroppo il corposo plico di fogli sparirà durante l’occupazione tedesca.

Finalmente si riunisce alla famiglia a Bolševo, vicino a Mosca. Arjadna viene arrestata, poco dopo accade anche a Efron. La Cvetaeva fa tutto il possibile per contattare la figlia e il marito. l’URSS entra in guerra contro la Germania, Marina deve sfollare da Mosca. Nel 1941 arriva a Elabuga, in una sperduta provincia tatara. Ha con sé il figlio Mur, non ha letteralmente più nulla: vestiti, cibo, carta, penne. Ma soprattutto non ha più motivo. L’unica cosa che la tiene in vita è l’amore per il figlio Mur, che magari avrebbe potuto trattenerla, ma non lo capì.

In febbraio scrive:

È ora di smettere il monile

D’ambra, di mutare

Il lessico, di spegnare

Il lampione sulla porta.

Versi di una tristezza infinita. Lei non vuole suicidarsi, lei vorrebbe non-essere, sparire in altro modo. Questo è possibile solo in poesia.

Disfarsi senza lasciare cenere

Per l’urna…

Il fatto che non abbia una tomba sembra essere un desiderio avverato. Poco prima di morire aveva pensato al suo epitaffio:

Qui vorrebbe giacere

Marina Cvetaeva.

Non può più fare nulla, non le danno neanche lavoro, sente di essere un peso su questa terra. Il 31 Agosto si suicida, impiccandosi. Efron è fucilato nello stesso anno, nel 1944 Georgij muore al fronte. Dopo anni di lager e confino Arjadna torna a casa nel 1956.

Marina lasciò una nota per Mur: “Perdonami, ma andare avanti sarebbe stato peggio. Ti amo profondamente. Comprendi, ti prego, che non potevo più vivere. Dì a papà e ad Alja, se mai li rivredrai, che li ho amati fino alla fine e spiega loro che mi son trovata in trappola” .(da Wikipedia English)

Pare che la NKVD volesse che lei diventasse una loro spia. Non le rimaneva davvero nient’altro, se non sparire.

Fu sepolta nel cimitera di Elabuga ma la tomba non è mai stata trovata.

N.B.: tutte le foto sono di proprietà del libro Viktoria Schweizer, Marina Cvetaeva. Le opere e i giorni, Mondadori.

Non posso lasciare che ve ne andiate senza avervi prima consigliato qualche lettura. Sono libri che io ho apprezzato e soprattutto amato. Non vi do altre indicazioni. Scegliete con il vostro istinto. Buon viaggio.

Bibliografia

Su Marina Cvetaeva:

Viktoria Schweizer, Marina Cvetaeva. Le opere e i giorni, Mondadori

Serena Vitale, Deserti Luoghi, Adelphi

Dominique Desanti, Storia di Marina, Romanzo verità su Marina Cvetaeva, Mursia

Di Marina Cvetaeva:

Il settimo sogno. Lettere 1926, Edizione italiana a cura di Serena Vitale, Editori Riuniti 1980, 1993 – Corrispondenza fra Cvetaeva, Pasternak e Rilke

Indizi terrestri, a cura di S.Vitale, traduzione di Luciana Montagnani, Guanda 1980, 1993 – Scritti autobiografici 1917/1919

Le notti fiorentine, a cura di S.Vitale, Mondadori 1983 – Racconto autobiografico in forma epistolare

 

 

 

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