Un forte pugno minaccia una donna che si racchiude in sé per difendersi.
Simboleggia la violenza contro le donne.
Foto di Tumisu da Pixabay

“Omicidi di donne correlati al genere”

Certo sapete che ieri 25 novembre è stata La giornata mondiale contro la violenza sulle donne, che segna pure l’inizio dell’attivismo contro la violenza di genere che arriva fino al 10 dicembre, giornata mondiale dei diritti umani. Perché la violenza sulle donne è una oscena violazione dei diritti umani.

Per questa regione, credo, non apprezzo molto il termine “femminicidio” (tra l’altro il termine giuridico è omicidi di donne correlati al genere), preferisco “omicidio di donne”, dove omicidio non è l’antonimo di “femminicidio, ma l’equivalente di assassinio.

Chiamando così questi atti che sono al di là del perdono, visualizzo più intensamente gli spari, le coltellate, i volti sfigurati dall’acido, gli stupri di gruppo, le spose bambine, le donne umiliate e offese nella loro dignità di persona prima ancora che di donna. La persona siamo noi, creature del mondo, è ciò che deve essere protetto, vaso dei diritti umani inalienabili. E a rendere ancora più imperdonabili questi assassinii è il fatto che i perpetratori sono mariti, fidanzati, padri, parenti stretti.

La violenza non è solo fisica, c’è anche una violenza psicologica, che azzera la volontà della donna, che le fa dimenticare di essere forte, resiliente, coraggiosa, creatrice di vita.

Non è solo una manifestazione femminista la giornata del 25 novembre
Foto di miawicks9 da Pixabay

Non solo femministe contro il femminicidio

La donna, per secoli sottoposta a enormi fatiche, costretta a fare da lente d’ingrandimento per le conquiste maschili (come ci ricorda  Virginia Woolf in Una stanza tutta per meA Room of One’s Own), proprio per questa sua forza è minacciata, in quanto viene vista come una minaccia alla virilità intesa come autoritarismo e comando, come atto sessuale eccitato dalle fattezze femminili (destino che toccò alle “streghe”, per esempio, accusate di essere preda del demonio per le loro capacità seduttive e quindi condannate al rogo).

Non sono neppure d’accordo che sia una manifestazione solo femminista. Vi partecipano molti maschi, inorriditi dalle gesta dei loro simili. E siano ben accetti.

Questa giornata non è una celebrazione, non mi trovo a mio agio nel celebrare i morti, ma un momento di unione, una voce corale per dire BASTA, per attirare l’attenzione su questa che è chiamata anche “epidemia ombra”. I dati asseriscono che nei bui mesi di reclusione forzata per il COVID-19 i delitti sulle donne sono aumentati. La donna diventa punching ball, capro espiatorio di frustrazioni, insicurezze, paure.

I media non sempre informano correttamente sulla violenza contro le donne
Foto di PublicDomainPictures da Pixabay

La forza dei media nel parlare di violenza alle donne

Ieri, e probabilmente fino al 10 dicembre sarà così, c’è stato un profluvio di articoli, trasmissioni, immagini, blog post, focalizzati sulla violenza alle donne. Basta digitare sul vostro browser di ricerca queste parole e ci si rende conto della folla mediatica.

Tra questi proprio non digerisco quelli creati per guadagnare like, follower, lettori, ostentare la propria partecipazione, e neppure i redazionali buttati giù per forza, per non perdere lettori. Vorrei che ci fosse maggiore onestà intellettuale e maggiore coraggio. Due doti inalienabili se si vuole essere contro sempre, ogni giorno, richiamare l’attenzione perché si faccia ogni giorno qualcosa per fermare questa barbarie. Le notizie buttate in scaletta per fare audience sono inutili, e oltraggiano le vittime, che diventano anche merce di scambio, e quindi umiliate una seconda volta, violentate nel loro diritto al silenzio del cordoglio.

La bellezza è uno degli attributi della femminilità

La donna è sempre donna, a qualsiasi età

Essere donna

Sono molto orgogliosa di essere donna, mi piacciono le peculiarità fisiche del mio essere, sono molto fiera delle doti spirituali spiccatamente femminili: intelligenza vivace, introspezione, sensibilità e coraggio. Ho perfino sofferto di due gravi malattie tipicamente femminili! Non posso quindi fare a meno di sentirmi coinvolta tutte le volte che vedo o sento maltrattare una donna, reagisco come se fosse fatto a me.

Mi sono però convinta che, oltre a quello che già si sta facendo, l’azione più forte deve essere fatta sulle donne stesse, fin da piccole, insegnare loro a essere indipendenti, a contare su stesse, ad autolegittimarsi, a decidere sempre autonomamente, a coltivare interessi senza dimenticarsi della propria femminilità. Ritengo una forma di violenza anche quella di privarsi o essere costrette a privarsi dei propri connotati femminili: essi non devono farci paura, devono inorgoglirci e chi ne fa mercificazione in qualsiasi modo va punito.

Non c’è bisogno di dire che lo Stato, le associazioni, i centri sociali devono poi impegnarsi a fondo perché questi diritti si conservino e strutturino personalità integre, risolute.

Le tre sorelle Mirabal torturate e uccise perché scomode
da Wikipedia

La storia delle Farfalle

La storia del 25 novembre è recente, nasce nel 1960 nella Repubblica Dominicana. Qui erano nate e vivevano quattro sorelle: Patria (1924-1960), Dedé (1925-1914), Minerva (1926-1960) e Maria Teresa (1935 -1960) Mirabal, appartenenti al ceto medio. Seguendo le orme di un loro zio, entrarono nel movimento di opposizione del dittatore Trujilo. La prima ad aderire fu Minerva, seguita da Maria Teresa e da Patria. Già durante la loro vita da adolescenti e giovani donne si erano scontrate con l’ostilità del regime, per esempio Minerva non poté mai praticare l’avvocatura perché aveva rifiutato le avances del generale Trujilo. Esse entrarono nel gruppo del “14 Luglio”, facendosi chiamare Las Mariposas, Le Farfalle. Minerva e Maria Teresa a un certo punto furono incarcerate, ma rilasciate, mentre furono arrestati i loro mariti.

Il 25 novembre 1960 le sorelle insieme al loro autista Rufino de la Cruz erano andate a trovare i coniugi in prigione. Furono fermate dagli uomini di Trujilo, separate da De La Cruz, e quindi stuprate, torturate, massacrate a colpi di bastone, strangolate, caricate su una jeep e fatte precipitare in un burrone per simulare un incidente.

L’assassinio delle tre sorelle agì come un grilletto sulla coscienza pubblica, così che l’anno seguente si giunse all’omicidio del dittatore. Fu proprio l’assassinio delle sorelle Mirabal ad avere la maggiore influenza nello smovere la coscienza pubblica

Le conseguenze dell’omicidio

Si deve arrivare al 1997 perché le sorelle fossero dichiarate martiri nazionali, emblemi della lotta delle donne e per il loro paese.

Dedé si dedicò per tutta la vita a sostenere la memoria delle sorelle, entrò in politica, allevò i loro sei figli insieme ai propri. Creò la Fondazione Delle Sorelle Mirabal e aprì il Museo delle sorelle Mirabal. Suo figlio David Fernandez Mirabal è stato vice presidente della Repubblica Dominicana.

Nel 1999 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite designò il 25 novembre come il Giorno Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne

Nel 1994 l’autrice domenicana Julia Alvarez ha pubblicato il romanzo Al tempo delle Farfalle (In the Time of the Butterflies), da cui è stato tratto anche un film dallo stesso titolo con Salma Hayek.

Le scarpe rosse sparse per le strade sono un simbolo della violenza contro le donne
https://bit.ly/39hOGdV

L'arancione è un simbolo internazionale della violenza contro le donne
https://bit.ly/39fBqX5

Simboli della violenza contro la donna

Alla giornata del 25 novembre è collegato anche un motto: Orange the World, cioè colora di arancione il mondo. Ogni anno viene creato uno slogan differente, quello del 2020 è Orange the World: Fund, Respond, Prevent, Collect! (Finanzia, reagisci, previeni, raccogli fondi.)

In Italia questa giornata è stata istituita solo dal 2005, e il colore scelto è il rosso, anzi le scarpe rosse abbandonate per strada, sulle gradinate, nelle piazze. Rosse come il sangue della violenza. È stata l’artista messicana Elina Chauvet a usare questo simbolo per prima. La sua installazione, che ha fatto il giro del mondo, si chiamava Zapatos Rojas. E l’arte è diventata simbolo potente contro l’efferatezza sulle donne.

Non si sceglie tra rosso e arancione, ma si dice sempre "NO" alla violenza contro le donne
Foto di Fathromi Ramdlon da Pixabay

No, sempre e comunque, alla violenza contro le donne

Ma non si sceglie tra arancione e rosso, siamo arancioni e rossi, siamo donne, siamo esseri umani. E per questo non chiudiamo gli occhi e abbiamo una sola voce per impegnarci a fare in modo che la curva di queste “epidemia ombra” si abbassi fino a scomparire.